Marta Lelli

Questo scritto è parte del progetto "Viridiana", rubrica dedicata alla divulgazione della poetica di artiste contemporanee attraverso il racconto e la lettura di un trittico di opere.
Questa volta dedico la rubrica “Viridiana” a Marta Lelli. Non troverete la sua biografia su Wikipedia: Marta ha imparato a disegnare e dipingere fuori dalle accademie e a credere nella propria ricerca al di là delle storture del sistema dell’arte.
Con le opere della serie "Sovraimpressioni" Marta ha avviato una ricerca solida e valida che fa leva su un tratto raffinato e un grande potere visionario e che vale la pena raccontare attraverso tre tele.
Il colore nelle opere è stata una tarda acquisizione: gli acrilici dal tono vivace e il mood della tavolozza sono modulati in base alle personalità che ha rappresentato. Nella sua produzione le tele non sono molte, la maggior parte delle opere sono ritratti realizzati a matita su carta attraverso cui ha studiato espressioni e pose così da rivoluzionare la sua tecnica rendendo il colore un elemento fortemente espressivo in composizioni che strizzano l’occhio al Realismo Magico.
Iperrealista nel disegno, riproduce i volti e le fisicità con una grande minuzia di particolari, ricercando i colori della pelle, le pieghe espressive del viso e una resa della luce quanto più fedele possibile.
Anche la personalità di Marta è tutta nelle sue opere: visionaria, sognatrice, vitale, tenace. Ha celebrato ogni singolo istante della vita e immortalato le persone a lei vicine in una serie al femminile che avrebbe dovuto arricchirsi di altri quadri.
In “Sovraimpressioni” Marta fotografa le sue amiche costruendo ambientazioni fantastiche che più si accordano alla personalità del soggetto rappresentato. Essendo tra le persone rappresentate ciò che mi ha stupito è stata la scelta del tema in cui mi ha inserita creando una risonanza profonda con l’immagine che ho di me stessa, dove all’ambientazione fantastica in cui navigo si aggiunge una restituzione intima della mia persona.
Marta scrive di sé:
L'uso di una palette vibrante mi permette di realizzare efficaci ambientazioni oniriche vissute dai personaggi da me rappresentati nella loro complessità psicologica e relazionale.
Nei sei quadri della serie, tre hanno il fil rouge della donna racchiusa all’interno di un frame. Tre donne realmente vicine nella vita e nella loro condizione sulla tela: chi riflessa, chi intrappolata, chi dipinta, ma tutte ugualmente inserite al limite di una soglia mentale tanto quanto fisica.

Il primo quadro, in ordine cronologico, Inside the mirror (2023), rappresenta una donna che si riflette nello specchio, ma il riflesso che lo specchio rimanda diviene un alter ego, un doppelgänger che invita la gemella seduta a rialzarsi. Ma quale delle due è il riflesso dell’altra?
La donna vista di fronte ha un viso indulgente, quasi speranzoso, invita all’azione; la donna a terra ha il capo leggermente chino e sembra prostrata. Le ambientazioni in cui vivono le due donne sono allo stesso modo indefinite: spazi chiaroscurati dove vi è solo la luce o la sua mancanza, quasi a suggerirci che la realtà è una dimensione illusoria e che l’immagine riflessa, con la profondità psicologica che implica, è altrettanto vera quanto il suo doppio.
Uno dei miei libri preferiti è Rayuela. Il gioco del mondo di Julio Cortázar dove i protagonisti, tra giochi di riflessi e opposti, vagano apparentemente senza meta se non per incontrare un’altra “versione” di sé che possa dar conto di tutte le loro sfaccettature. Questo non l’ho mai detto a Marta e a pensarci bene mi dispiace perché avrebbe continuato ad alimentare i nostri discorsi sull’arte.
La zona d’ombra in cui sono immersa fa parte di me, non mi fa più paura perché non c’è solo quella. Così come non c’è un’unica versione di me, ma un dualismo (nero/bianco) che negozia il proprio equilibrio di volta in volta. Così come Alice, incontro il mio opposto: sta a me attraversare quella sottile membrana che è lo specchio o galleggiarvi in superficie in un continuo riflusso delle due personalità.

Nella seconda tela, Passion trapped (2024), una donna in tunica è racchiusa in un cubo trasparente come se la stanza si fosse ristretta. Mi viene automatico il rimando all’opera In-cubo (1966) di Luciano Fabro, opera in cui l’artista misura lo spazio attorno a lui attraverso le dimensioni del suo corpo, estendendo gli arti - novello vitruviano - e definendo il proprio volume grazie a un cubo costruito in carta e lasciato in esposizione. I visitatori possono entrare nel cubo e percepire l’ingombro volatile del corpo dell’artista, abitando il suo spazio più prossimo, la massa d’aria che avvolge il suo corpo.
Il cubo dipinto da Marta fluttua all’interno di una stanza creando un gioco di prospettive grazie agli spigoli dei due solidi che si intrecciano. Su due facce della stanza proliferano delle piante rampicanti che destabilizzano ulteriormente la prospettiva creando un cortocircuito tra il dentro e il fuori. La ragazza nel cubo sembra essere esposta dentro una teca - lei stessa opera - intrappolata in un solido di cui prova a tastarne le pareti.
È il medesimo enigma di un interno di Giorgio De Chirico dove solidi e scatole di biscotti sembrano celare un’anima. Qui però il velo di Maya è caduto e ciò che rimane da chiedermi è quanti veli bisogna sfogliare prima di arrivare a toccare l’essenza di qualcosa.
Nel terzo quadro, Relationships (2025), c’è Marta dentro. Si è ritratta dipinta in un quadro, avvolta da un nastro rosso che si lega a un ragazzo che lo regge a sua volta. Chi non conosce la storia di Marta non sa che è questo è il suo ultimo quadro. Potremmo non saperlo e apprezzare allo stesso modo l’opera nelle sue componenti estetiche, ma sapere che è scomparsa qualche mese dopo averlo terminato è, per me e per chi l’ha conosciuta, un’implicazione molto forte.

Nel nastro rosso teso si cela la tenacia con cui Marta si è aggrappata alla vita, riuscendo a renderla meravigliosa, affascinante, degna di essere raccontata. L’esistenza che condividiamo tutti sulla terra, ma che smette di essere qualcosa di miserabile per divenire ammirevole.
I colibrì che costellano la tela sono uccelli capaci di rimanere apparentemente sospesi in aria e cambiare la loro direzione volando all’indietro. Mi sono interrogata sul perché Marta abbia assunto il colibrì come suo animale totem in quanto ricorre in altre opere. Grazie alla velocità con cui batte le ali, il colibrì riesce a navigare il presente (quando si libra sospeso nell’aria), il passato (quando vola al contrario) e il futuro (quando procede in avanti); vive l’attimo e non rimane intrappolato in alcuna dimensione. Mi rendo conto che è così che ho sempre percepito Marta: una ragazza leggera e veloce, capace di andare in qualsivoglia direzione.
Ancora non so spiegarmi il perché, ma l’opera a cui ho pensato in associazione con la tela Relationships è La condizione umana di René Magritte. Sarà la ricorsività del quadro nel quadro, sarà il titolo che fa leva sull’impossibilità di distinguere oggettivamente la nostra condizione e che apre al significato profondo dell’opera, ovvero la percezione di quello che è il viaggio chiamato vita.
Sta a noi, davanti all’opera di Magritte, scegliere se credere che il paesaggio che si cela dietro il quadro è il medesimo di quello rappresentato su di esso o non accontentarci della visione già data ed essere pronti a esplorare un panorama ancor più ricco e stratificato.
Ciò che mi ha insegnato Marta con la semplicità e la ricchezza del suo modo di essere è lo stesso di ciò che mi ha sempre suggerito l’arte: essere leggeri per poter tessere e dipingere la tela della propria esistenza, della realtà che scegliamo di abitare.
Tocco la tua bocca, con un dito tocco il bordo della tua bocca, comincio a disegnarla come se uscisse dalla mia mano, come se per la prima volta la tua bocca si aprisse, e mi basta chiudere gli occhi per disfare tutto e ricominciare, faccio nascere ogni volta la bocca che desidero, la bocca che la mia mano ha scelto e ti disegna sulla faccia, una bocca scelta tra tutte, con la sovrana libertà che scelgo per disegnarla con la mia mano sulla tua faccia, e che, per un azzardo che non cerco di comprendere, coincide esattamente con la tua bocca che sorride sotto quella che la mia mano ti sta disegnando.
In ricordo di Marta Lelli