Regina José Galindo, “Estoy viva” – Quella lieve esalazione involontaria

Il 24 marzo il PAC (Padiglione dell’Arte Contemporanea) di Milano ha inaugurato la prima antologica, in Italia e all’estero, dell’artista guatemalteca Regina José Galindo. L’esposizione, che sarà visitabile fino all’8 giugno, si è aperta con una performance della body artist intitolata “Exalación (Estoy Viva)” che ha dato il nome all’intera mostra. La Galindo, Leone d’Oro alla Biennale di Venezia del 2005 come migliore artista under 35, si è presentata al pubblico stesa su un lettino, apparentemente morta poiché anestetizzata; l’unico segnale di vita era dato dal suo respiro che la gente poteva catturare in modo effimero su uno specchietto da porre sotto le sue narici. La sottile linea che divide la morte dalla vita è proprio la lieve esalazione involontaria emessa dal suo corpo, incontrollabile nello stato di semi-incoscienza, ma lì a testimoniare che, nonostante il fisico sia stato mortificato, svilito e annientato dalla contingenza storica, tuttavia permane e si eleva a baluardo dell’esistenza.
“Estoy viva”, la prima personale della performer latinoamericana, raccoglie in cinque macrosezioni le principali tematiche toccate dall’artista: la politica, la donna, la violenza, la morte e l’organico. La retrospettiva è stata curata da Diego Sileo ed Eugenio Viola che ci ha permesso di entrare in contatto con le opere della Galindo già due anni fa, quando il giovane curatore ha presentato a Castelbasso “Radici. Memoria, identità e cambiamento nell’arte di oggi”. All’interno del palazzo del borgo vi erano esposte una fotografia e un video di due performance distinte dell’artista: l’immagine della celebre azione Quién puede borrar las huellas? del 2003, con la quale si è aggiudicata il sopraccitato Leone D’Oro all’Esposizione Internazionale d’Arte di Venezia (2005) e Paisaje, Antigua Guatemala, video del 2003 nel quale l’artista, in piedi e immobile, viene pian piano inghiottita dalla terra scavata e lanciata su di lei da un uomo alle sue spalle.
All’inizio del percorso espositivo del PAC si trova un’opera molto forte, La Verdad (2013), che è un po’ la chiave di lettura della sua coerente ricerca artistica: la performer legge le testimonianze deposte dalle vittime di un conflitto armato e taciuto che ha afflitto il Guatemala per ben 36 anni. C’è qualcosa che non va nel tono flemmatico della Galindo: un dentista le anestetizza ripetutamente la bocca per impedirle di annunciare la verità; con quest’azione si allude alla volontà della nazione di far passare sotto silenzio un genocidio perpetrato ai danni delle popolazioni indigene discendenti dai Maya, di cui anche la Galindo fa parte. Gran parte della sua arte, dai temi forti e crudi, trae ispirazione da questa tragedia, e descrive un paese – ribattezzato dall’artista il “paese della violenza eterna” – che ha vissuto quotidianamente, per quasi quattro decenni, nel terrore di Ríos Montt, il maggiore protagonista della guerra. Il generale golpista, dopo un lungo processo per lesa umanità, è uscito indenne da qualsivoglia condanna e ciò ha scatenato il dolore e la frustrazione della popolazione. Ma l’artista, seppur dando voce a questa rabbia e rievocando catarticamente i momenti salienti dei supplizi inflitti dai soldati, lancia un messaggio di speranza che proviene da una lezione di vita tramandatale da una vittima del conflitto: siamo ancora vivi e lo siamo poiché riusciamo a testimoniare le pene che abbiamo subito; è questo l’importante. Nella sezione dedicata alla politica, così come in quella alla violenza, sul corpo della Galindo – medium dal quale l’artista riesce ad astrarsi – vengono simulate azioni di torture subite dal suo popolo. In “Mientras, ellos siguen libres” (2007) l’artista si mostra, incinta e indifesa, su una brandina, con mani e piedi legati da cordoni ombelicali veri, donati dalla cliniche che raccolgono le donne che abortiscono dopo aver subito violenze. In “El peso de la sangre” (2004) la Galindo, in Piazza centrale a Città del Guatemala, luogo simbolico del potere politico e militare, si sottopone allo stillicidio di sangue umano che le goccia in testa fino a coprirle interamente il volto.
La sezione “Organico” è la più poetica delle cinque e raccoglie tutte quelle azioni in cui la Galindo si fonde con la natura, divenendo parte della sua struttura. In “Piedra” la performer tinge il suo corpo di carbone e, fissa e accovacciata, stanzia nel mezzo di una piazza mimetizzandosi con le pietre del selciato. Nel frattempo riceve delle offese alle quali risponde con un’impassibile immobilità, segno di sottomissione e volontà di passare inosservata, sentimenti che accomunano molte donne nel mondo.
La violenza di cui parla la Galindo non è ferma all’orizzonte guatemalteco, ma è una riflessione su più ampia scala di ciò che accade nel mondo; essendo parte ineliminabile dell’uomo si riversa sul corpo dell’artista per sottolineare delle situazioni e delle vicende meritevoli di attenzione. Ma si tratta di un corpo neutro e collettivo, nel quale tutti possiamo immedesimarci e sentire, sublimata, l’aggressività che ci circonda ogni giorno e di cui siamo state vittime o carnefici.

Recensione della personale di Regina José Galindo al PAC di Milano, pubblicata sul quotidiano di Teramo "La Città".

Recensione della personale di Regina José Galindo al PAC di Milano, pubblicata sul quotidiano di Teramo “La Città”.

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