Paolo Nori e l’intellettuale di oggi

Paolo Nori al Festival della Follia, Teramo

Paolo Nori al Festival della Follia, Teramo

L’autore Paolo Nori, scrittore nato a Parma nel 1963, è stato l’ospite della serata conclusiva del Festival della Follia tenutosi lo scorso lunedì a L’Arca. Autore di oltre trentatré libri e traduttore dei migliori titoli russi, ha mutuato da artisti come Dostoveskij e Tolstoj un linguaggio semplice e a volte spiazzante. I suoi romanzi si dipanano come un flusso di coscienza in cui i segni di interpunzione saltano a vantaggio di un ritmo della scrittura che mima il parlato quotidiano. La piccola Battaglia portatile è il suo ultimo libro edito dalla Marcos y Marcos, romanzo in cui il registro linguistico si abbassa a favore di una maggiore naturalità che si addice al dialogo con una bambina – la Battaglia – per ritrovare la poesia e l’affabulazione del tono con cui un amico racconterebbe una storia banale e divertente. In occasione del Festival della Follia – dove Nori ha introdotto il tema attraverso due volumi da lui curati (“Repertorio dei matti della città di Milano” e “Repertorio dei matti della città di Bologna”) – abbiamo intervistato lo scrittore per cercare di entrare nel suo stile e di carpirne la rivoluzione comunicativa, una rivoluzione che viene dalla Russia.

Ogni suo incipit è molto particolare: pensando al suo ultimo romanzo apre il capitolo con una serie di incertezze. Cos’è per lei un inizio?
Non è che ci sia un inizio. È il modo in cui suona una frase che è un la e cominciare bene è indispensabile. Però queste cose uno le pensa dopo, oppure ci sono degli inizi dei libri che ho scritto io che si sono manifestati per conto loro e indiscutibilmente. Il mio romanzo “Bassotuba non c’è” comincia con io sono quello che non ce la faccio e quella frase lì è saltata fuori da una canzone di Gianni Morandi e dopo averla ascoltata ho pensato che io sono quello che non ce la faccio. Sono tornato a casa e ho scritto la frase anche se stavo scrivendo un altro libro. Poi da quella frase è venuto giù tutto il libro. In alcuni libri l’inizio non è stata la prima cosa ad aver scritto, ma si è trattato di spostare dei pezzi e ricomporli.

In quanto intellettuale ha sempre rivendicato la libertà di espressione. Come crede possa incidere oggi un intellettuale sulla società?
Io non direi di essere un intellettuale. Mi piace molto un libro di Giorgio Agamben, una serie di saggi sull’arte, si intitola “Il fuoco e il racconto” e lì si dice che il poeta è uno che è in balia della propria incapacità, della propria impotenza. Ecco, io non so fare niente. E nel momento in cui provo a scrivere o a tradurre un qualcosa di grande come “Oblomov” di Goncarov o “Le anime morte” di Gogol io sono continuamente di fronte alla mia impotenza. Un intellettuale no, un intellettuale è uno che ha capito tutto. Io lavoro sull’enormità delle cose che non ho capito quindi sono proprio quello a cui non chiedere la direzione perché non la so nemmeno per me. Da questa impotenza ho l’impressione che saltino fuori delle cose che non mi piacciono, è una continua e quotidiana sorpresa. Poi è ovvio che un artista deve decidere lui cosa esprimere. Tempo fa quando scrivevo su “Il Manifesto” ho aderito all’invito che mi ha fatto un quotidiano di destra, “Libero”; volevo fare questa prova dato che avrei potuto scrivere quello che volevo. C’ho pensato un po’ e ho detto di sì e un po’ di gente mi ha criticato aspramente, ma quella è stata una delle esperienze più divertenti della mia carriera. Ho fatto anche un bellissimo dibattito a Roma in cui io e Andrea Cortellessa abbiamo spiegato in pubblico i motivi di questa collaborazione. Non c’erano ragioni particolari, vi erano non-ragioni e Cortellessa è stato coraggioso a spiegare le sue non-ragioni.

Nei suoi libri accade che vengano ripetuti spesso dei concetti o delle proposizioni, anche all’interno di una stessa pagina. Quale ruolo assume la reiterazione nella sua scrittura?
La ripetizione è una figura retorica che mi piace molto, è anche una figura fonica. Io ho studiato russo e vi sono molti autori che la utilizzano, come Tolstoj. In italiano sono un po’ più sorprendenti soprattutto in prosa perché in poesia ad esempio vi è la rima che è comunque una ripetizione. L’unico posto in cui chi non scrive i libri e non fa il giornalista si trova a scrivere è la scuola e a scuola hanno detto a tutti di non fare ripetizione ma di usare sinonimi. Questa pratica in un contesto simile è comprensibile, poiché è un metodo per il professore di valutare il bagaglio culturale dello studente. Ma trasposta in prosa la ripetizione dà luogo a dei casi singolarissimi. Riporto sempre il caso della prima traduzione del romanzo di Bret Easton Ellis, “American Psycho”. Nella prima pagina appare tre volte la parola “bus” e il traduttore aveva tradotto prima bus come autobus, il secondo come corriere  e il terzo come torpedone. È stranissimo per un lettore ricollegare il torpedone al primo autobus e noi sappiamo anche che autobus e corriere non sono sinonimi poiché hanno funzioni diverse. Se l’autore originale ha ripetuto quella parola ci sarà un motivo! I russi utilizzano liberamente la ripetizione e io sono forte di quella esperienza. Fare un libro senza ripetizioni, per partito preso, usando invece dei sinonimi, è come fare un quadro senza cerchi. Le ripetizioni esistono: se noi usciamo in strada e vediamo una fila di balconi, quelle sono ripetizioni. Non usare ripetizioni è un retaggio, non è un segno di cultura, ma forse di ignoranza.

Qual è secondo lei la specificità di un romanzo contemporaneo? Quali i suoi caratteri distintivi?
Il romanzo è difficilissimo da definire. Se dovessi pensare al romanzo per antonomasia è “Guerra e Pace”. La critica che fecero è che non poteva essere un romanzo poiché mischiava avvenimenti storici e immaginari e i critici non riuscivano a capirne il confine. Detto questo e con questa difficoltà, a me viene in mente ciò che diceva Balzac, che il romanzo deve essere una cosa inaudita e secondo me ha ragione. Il romanzo deve stare dentro una tradizione ma essere una cosa completamente nuova. Libri inauditi e memorabili si possono fare sulla campagna napoleonica, ma anche sulla giornata di una persona comune. “La morte di Ivan Il’ic” di Tolstoj è la morte di un oscuro funzionario del ministero della giustizia ed è una morte assolutamente comune. Ma è un testo stupefacente perché si guarda negli occhi la morte come un qualcosa di ancora inaudito.     

Riguardo l’abbassamento del registro linguistico e narrativo, che è un po’ la cifra della cosiddetta “scuola emiliana”, quali possono esserne i vantaggi da un punto di vista culturale e sociale?
Dopo qualche mese che provavo a scrivere mi è venuto di usare una lingua concreta. Mi sembrava che la lingua che usavo tutti i giorni non potesse essere usata anche per i romanzi… Dopo ho letto Luigi Malerba, Gianni Celati, Ermanno Cavazzoni e ho pensato che si potesse fare anche così e da quel momento lì è come se si fosse aperta una paratia in cui cadeva la distinzione fra letteratura e non letteratura, è come se il mondo fosse diventato un libro che succedeva ed è stata per me un’esperienza memorabile, anche se per il lettore può essere straniante. Credo però che valga la pena lavorare in questo senso. Per me ha contato molto l’esempio della letteratura russa dove non c’è una grande distanza tra la lingua parlata e quella scritta degli autori. Puskin, Turgenev, Tolstoj, Dostoevskij li capiscono tutti e li citano tutti. Oggi per noi, nel 2015, c’è una coincidenza fra la lingua che parliamo e la lingua che possiamo leggere. E, come dice Agamben, Dante ha messo per iscritto una lingua parlata; noi oggi siamo nelle condizioni di provare, ciascuno nel posto dove abita, a rifare la stessa cosa di Dante e credo che ne valga la pena.

Ph: Gianluca Pisciaroli

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