Mimmo Paladino, tutti i volti del maestro

La Città 6 - Mimmo Paladino Castelbasso

È trascorsa poco più di una settimana dalla chiusura dell’esposizione “Mimmo Paladino VARIeAZIONI” curata da Laura Cherubini e Eugenio Viola e allestita presso il palazzo Clemente al centro di Castelbasso.

La mostra si propone di riassumere attraverso le venti opere esposte il percorso artistico del maestro di origine campana il quale, nel 1980, entra a far parte del gruppo della Transavanguardia teorizzato da Achille Bonito Oliva; La peculiarità più spiccata di tale consesso di artisti è il ritorno alla pittura, necessità nata in seguito al trionfo delle arti concettuali che, sul finire degli anni Sessanta, erano ormai arrivate a smaterializzare il manufatto artistico in favore di una idea pura che veniva però commercializzata al pari di un’opera d’arte. Paladino recupera sì il medium artistico, lasciandoci in eredità molte tele, ma fa uso dei più disparati mezzi in nome di una libera espressione nomade e citazionista. I suoi rimandi guardano al patrimonio storico ma lo fanno in modo trasversale: il suo citazionismo tocca la simbologia greco-romana, ma anche etrusca e paleocristiana, in ogni caso culture prettamente nazionali quasi a sottolineare un’identità che prenda maggiormente dal luogo in cui è nata. E questo non per un ritorno ad un dato stile passato, né per instaurare un revival vuoto, ma per scavare una “memoria profonda” che attinga a ciò che è stato, ma che allo stesso tempo lo rielabori attivamente in una contaminazione senza fine.
I suoi oli, le sculture, le terrecotte vertono su un’iconografia particolare, ma impura, riattualizzata da un segno fortemente grafico che isola le figure in uno spazio metafisico; qui le immagini divengono atemporali, costrutti immutabili che concorrono alla “riappropriazione di una soggettività, non epica ma ironicamente frammentaria e domestica” (A. B. Oliva). Le opere di Paladino sono intrise di uno spiritualismo arcano che trasluce anche nella scelta dei materiali: le due sculture del 2013 (“Senza titolo”) rappresentanti due divinità notturne, una femminile e una maschile, sono forgiate in gesso, legno dipinto, bronzo e ferro. Sulla testa della divinità femminile vi è adagiato un ramo, simbolo della rabdomanzia e allegoria della propensione dell’artista a porsi costantemente degli interrogativi.
Le due installazioni “Elmi” (1993) e “Dormienti” (1999) – quest’ultima suggestivamente allestita in un piccolo fondaco del paesino – esaltano l’estetica del frammento di Paladino, infatti le sue sculture non sono mai del tutto “finite”, ma presentano delle mancanze: entrambe le opere hanno l’aspetto di reperti tramandati da civiltà misteriose e soprattutto irraggiungibili e si offrono alla vista in tutta la loro placida essenza. Paladino in tal caso rivaluta anche la terracotta come materiale artistico ed espressivo quando pone i suoi “Dormienti”, concepiti dal principio per dei sotterranei, all’interno di un contesto uterino e intimo, come se nascessero dalla stessa terra da cui derivano; accovacciati a terra e immersi in un sonno profondo essi riemergono spesso scomposti e accompagnati da cocci e vasi. È indubbia l’ispirazione ai calchi della città di Pompei e ai costumi funerari di antiche civiltà italiche e l’arte di Paladino continua sul filo dello scavo archeologico di arcaiche memorie che divengono altresì emblemi dell’attitudine nostalgica dell’uomo contemporaneo.
Oltre alla rievocazione di temi primitivi l’artista sperimenta anche tecniche ormai antiquate come il celebre encausto, pratica che prevede il mescolamento dei pigmenti con la cera punica mantenuta sempre calda e malleabile dentro un braciere e fissata a caldo sul supporto con diversi strumenti. È il caso di “Geometrico” (2002) in cui l’effige angolosa di un uomo che regge in mano una sfera è dipinta ad olio, encausto e graffiti. Citazione a un’altra tecnica antica, lo spolvero, è presente nella tela “Senza titolo” del 2013 al cui centro compare la consueta preparazione dell’immagine che prevede la possibilità di riportare un disegno su una qualsiasi altra superficie. Il soggetto deve essere disegnato su un cartone a cui si provvede a incidere i contorni i quali vengono spolverati con del carboncino una volta averlo appoggiato alla superficie da dipingere. Nella sezione dell’esposizione dedicata ai disegni – di cui fa parte anche la tela sopracitata – si nota la tarda tendenza di Paladino a un grafica essenziale e asciutta: profili antichi fluttuano all’interno della trama della tela e si incontrano con altri materiali, come l’ottone, che donano un forte aggetto plastico al quadro divenuta luogo di incontro di più materiali. Nomadismo di tecnica, nomadismo di citazioni, libero gioco della mente e pittura di superficie sono caratteristiche non solo di Mimmo Paladino ma anche di tutti gli altri artisti che, insieme a lui, hanno caratterizzato il periodo del Postmoderno e condiviso un’epoca in cui si avvertiva il bisogno di una figurazione soggettiva e del ritorno di un medium pittorico più concreto possibile.

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