Le Forme dell’ospitalità – testo critico

“Le forme dell’ospitalità” come opere d’arte

 

Il critico d’arte e curatore francese Nicolas Bourriaud, proprio tra le prime pagine del suo saggio più famoso e discusso, Estetica relazionale del 1998, esordiva ponendo all’attenzione del lettore un interrogativo alla cui soluzione provvederanno le argomentazioni dell’intero libro:

[…] la problematica più attuale dell’arte di oggi: è possibile generare ancora rapporti con il mondo, in un campo pratico – la storia dell’arte – tradizionalmente destinato alla loro “rappresentazione”?

La risposta era senza dubbio affermativa e argomentata attraverso il racconto e la lettura critica di una certa generazione di artisti e delle mostre da questi realizzate. Infatti, nonostante si possa affermare – scrive Bourriaud – che l’arte sia da sempre «relazionale a diversi gradi, cioè fattore di partecipazione sociale e fondatrice di dialogo», nel caso di Rirkrit Tiravanija, Philippe Parreno, Felix Gonzalez-Torres e altri

lo spazio in cui le opere si dispiegano è interamente quello dell’interazione

Una forma d’arte relazionale consisteva nel coinvolgimento attivo di tutti gli agenti che concorrono a creare o a far funzionare l’opera, oppure la mostra vera e propria: gli artisti miravano al coinvolgimento di altri artisti, dei curatori, dei critici, ma soprattutto del pubblico il cui ruolo diventava fondamentale per la buona riuscita dell’intero processo artistico (esso doveva intervenire, toccare, azionare, assaggiare l’opera).
La Fondazione Sassi ospita un progetto – ideato e curato da Martina Lolli – che in qualche modo prende le mosse da quel tipo di idee sviluppate da una compagine di artisti a partire dagli anni Novanta, per proporre un esperimento molto particolare in un luogo e in un tempo precisi: a Matera, Capitale Europea della Cultura del 2019, e con i materani. L’allestimento della mostra e le opere stesse sono testimoni di un lavoro e di uno sforzo creativo condiviso fra gli artisti, il curatore e il pubblico. Dunque, l’opera d’arte “complessiva” è data qui dal rapporto che si crea fra più persone mentre ciascuna offre il proprio contributo per un obiettivo corale. Il senso di una dimensione intima, accogliente, genuina, è amplificato dall’evocazione di un elemento come il pane – che è simbolo culturale, e nondimeno religioso, potentissimo di condivisione e fraternità – attorno a cui ruota l’idea della mostra e che è esplicitamente citato in alcuni dei lavori esposti anche in riferimento alla sua fase di lievitazione intesa come «crescita e fermentazione». Se il processo chimico della lievitazione rappresenta il naturale passaggio affinché gli ingredienti base – farina e acqua – si trasformino e maturino donando all’alimento il gusto e l’aspetto con cui lo apprezziamo abitualmente, il “legante” fornito dall’arte funziona all’interno di questo progetto espositivo come attivatore, individuale e collettivo, di un sentimento di umanità e di fiducia ispirato dal concetto stesso di condivisione e di ospitalità, appunto. Fuor di retorica, ciò ci induce a riflettere sulla natura dei rapporti sociali che viviamo nel nostro presente, probabilmente ancor più a rischio di atrofizzazione rispetto agli anni Novanta quando tanti artisti sentirono il bisogno di promuovere un’
arte relazionale poi teorizzata da Bourriaud.
Di certo tale riflessione riuscirà a rievocare soprattutto negli abitanti di Matera quell’antica, peculiare, atmosfera domestica e fortemente comunitaria che un tempo si respirava fra i Sassi.

 

Valentina Tebala

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