L’Ambaradan di Patrick Tuttofuoco

 

Patrick Tuttofuoco, installation view della mostra "Ambaradan", Milano

Patrick Tuttofuoco, installation view della mostra “Ambaradan”, Milano

“Ambaradan” è il titolo della personale, appena conclusa, dell’artista meneghino Patrick Tuttofuoco curata da Nicola Ricciardi presso lo Studio Guenzani di Milano. La galleria, che propone dal 2000 personali di Tuttofuoco, ha inaugurato l’esposizione il 28 marzo portandola avanti per due mesi. Si intuisce già dal titolo l’atmosfera che insegna questa mostra che si è espansa fino ad occupare luoghi inconsueti non tanto per la cultura quanto per delle mostre: dallo studio dell’architetto Ermanno Previdi alla sala principale del McDonald’s in piazza Duomo. Qui Tuttofuoco ha “deposto” sue sculture, enormi maschere in tessuto e resina ispirate ai telamoni della casa degli Omoni di Milano, ricevendo in cambio degli oggetti rappresentativi delle persone (o attività) che ha coinvolto; ne è un esempio l’inquietante pagliaccio Ronald che giace solitario in una stanza dello Studio Guenzani. Il nucleo principale della mostra è arricchito da uno sfondo musicale creato in collaborazione con il compositore americano Novo Line e da un breve estratto di un romanzo di Alessandro Baricco che descrive pochi attimi del protagonista mentre passa da un fast food fino alla sopraccitata casa per lasciarci con un pensiero alquanto enigmatico: “cosa sarà di noi senza i barbari?”. Il termine “ambaradan” si riferisce ad un’accozzaglia di elementi eterogenei che ingenerano caos; è forse questo il sinonimo della cultura contemporanea che, transeunte, si lascia contaminare e si schiude ai più disparati contributi dando vita ad un’arte che ha perso la fede modernista nella specificità del medium. Il piccolo percorso della mostra all’interno della galleria espone maschere anonime e colorate che si intersecano a sculture al neon rappresentanti mani e ad uno scooter riverso a terra (sarà lo stesso utilizzato nel suo breve viaggio dal personaggio di Baricco?). Tuttofuoco costruisce una narrativa dinamica e aperta utilizzando alcuni fra i simboli della vita quotidiana ma caricandoli di un’altra valenza e indagando i processi di mutazione culturale dei nostri giorni. Le maschere grandi, cieche, rigide e a volte deformi sono dei veli inamidati, gusci vuoti che portano il nome di una delle prima popolazioni barbariche avvistate durante le invasioni: i Marcomanni. Viaggiare, transitare, negoziare, influenzare, subire, queste le dinamiche dell’acculturazione barbarica, così come si ripropongono oggi: nessun orientamento unidirezionale, ma un percorso intessuto da più stimoli possibili che sebbene generi una situazione di confusione, permette una personificazione totale.
Tuttofuoco parla di spostamenti più o meno lunghi che si concretizzano in forme, come nel caso dell’opera “Revolving” nata in seguito ad un viaggio con amici di 80 giorni (che ha toccato ben 17 megalopoli) i cui costi sono stati sostenuti dalla Fondazione Sandretto Re Rebaudengo. Informazioni che si affastellano.
Ritrarre l’astratto ovvero risolvere l’astrazione – quale quella di un consumo di massa e di un’economia globalizzata – per intesservi racconti e narrazioni al singolare e declinarli in una mostra dai mille spunti che faccia uscire dal luogo espositivo per recarsi in strada fino ad entrare in una delle roccaforti del nostro stile di vita – che ormai si fa cultura – e consacrarla come tale: il fast food, la velocità che informa le nostre giornate, il consumo di cultura che occupa lo stesso piano di qualsiasi altra cosa.
D’altronde se tentiamo di isolare la dominante culturale del nostro periodo, perché non restituirne la sua confusione?

La Città 28 - Patrick Tuttofuoco

Articolo pubblicato sul quotidiano di Teramo “La Città” in occasione della personale allo Studio Guenzani di Milano.

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