Jojo Mayer, estetica digitale nell’era digitale

Jojo Mayer con gli Electric Trace Elements, Teramo

Jojo Mayer con gli Electric Trace Elements, Teramo

TERAMO – Martedì, alle 21:15, nella Sala Polifunzionale della Provincia si terrà il primo appuntamento della rassegna “Let’s Get Lost” organizzata da Eder. I primi ospiti delle tre serate saranno i Trace Elements, in versione elettronica, con Paolo Di Sabatino al Fender Rhodes accompagnato da Christian Galvez al basso e dal maestro della batteria Jojo Mayer. Fondatore dei Nerve, Mayer è un grande innovatore del suo strumento il cui groove ricalca i suoni sintetici delle drum machine degli anni Novanta: con beat sempre più accelerati compone brani dal sapore digitale ma utilizzando strumenti acustici. Con la sua ricerca musicale Mayer si attesta come un valido interprete dell’estetica tecnologica che ha caratterizzato fortemente il nostro secolo. In attesa del concerto di martedì sera, lo abbiamo intervistato per cercare di carpire lo stile di questo musicista: traducendo l’eterna lotta fra uomo e la macchina, allo stesso tempo la supera innestando l’espressività analogica del jazz alla tecnica digitale del genere elettronico, inedita armonia del giorno d’oggi.

Può spiegarmi la sua evoluzione musicale dai Nerve ai Trace Elements? Perché ha deciso di entrare nel trio e quale ricerca musicale sta portando avanti?
Non c’è evoluzione attualmente. Negli ultimi dieci anni ho lavorato principalmente nell’ambito dei miei progetti come i Nerve. Ma ogni anno dedico fra le 4 e le 6 settimane ai progetti degli altri musicisti. Lo faccio poiché a un certo punto ho bisogno di evadere dalla cultura unica del mio universo; ciò mi aiuta a ricalibrare i miei punti di vista e questo è importante per mantenere nitido il mio focus culturale. Poi amo anche il cibo italiano, per cui venire in Italia è sempre divertente! L’anno scorso, ad esempio, ho avuto alcune date italiane con Jason Lindner, quest’anno con Paolo Di Sabatino.

Mi piacerebbe avere la sua opinione sul progresso tecnologico in campo musicale. Può una drum machine raggiungere l’espressività di un suono umano? E può un uomo essere realmente comparato a una macchina? Da dove viene questo suo bisogno di ibridare le due modalità espressive?
Le invenzioni tecnologiche hanno avuto e continueranno ad avere una grande influenza sulla musica e l’arte. Ma attualmente la tecnologia ha più influenza sulla percezione della musica che sulla musica stessa. Sebbene ci sia un rapido sviluppo tecnologico, stiamo riutilizzando la cultura musicale del XX secolo con poche invenzioni. Così siamo imprigionati in questo protocollo dell’ultimo secolo. Le nuove tecnologie per comporre musica – come l’utilizzo dei controller – sono state sviluppate ma noi non siamo stati capaci di liberarci culturalmente dall’ultimo secolo. Finché non ci riusciremo rimarremo una società incastrata nello stesso loop e non ne nascerà nessuna autentica espressione musicale dell’oggi. Attualmente siamo troppo ossessionati dalla tecnologia e questa è la prova che siamo incapaci di dire qualcosa. Dobbiamo chiederci se i valori che ci fanno amare un certo tipo di musica nel passato saranno ancora riconoscibili all’interno della musica. La tecnologia da sola non basta: abbiamo bisogno di uno stato mentale che dia il giusto valore all’autentica espressione umana poiché la drum machine è solo un mezzo. Come la chitarra o un sassofono, non farà nulla meno che non sia utilizzata da un uomo. Così l’unica domanda rilevante è come questi mezzi possono essere utilizzati ai fini dell’espressione musicale e della comunicazione.  Ogni medium, come un computer, ha i suoi utilizzi e i suoi limiti. In ogni caso non sento il bisogno di ibridare dato che l’ibridazione è un sottoprodotto del mio punto di vista artistico: viviamo nell’era digitale e ho accolto l’estetica della cultura digitale di cui la musica elettronica ne è parte.

Come può un suono sintetico arricchire un genere come il jazz?
Nello stesso modo in cui può farlo la musica thrash, se utilizzata con competenza e gusto! Ma a questo punto le categorizzazioni come il jazz e il rock non valgono più; sono parole che hanno perso il loro significato culturale decadi fa. Mi concentro solo sulla musica come una forma di espressione umana.

A proposito della musica elettronica, com’era negli anni Novanta e come si sta sviluppando oggi?
La musica elettronica ha raggiunto il suo picco negli anni Novanta e sebbene ci sia ancora qualche innovazione che va avanti nei generi underground, è scemata pian piano nella scorsa decade. Ad oggi non ci sono nuovi movimenti ma solo microscopiche cellule di creatività. Ma ne traggo ancora molta ispirazione dato che la musica elettronica è il genere meno curato oggigiorno e che può permettere una certa freschezza e libertà nella sua evoluzione.

Quali espedienti stilistici utilizza per dare l’illusione che può suonare come una macchina?
Non posso suonare come una macchina, ma solo crearne l’illusione, appunto. Cerco di raggiungere una determinata risposta emozionale degli ascoltatori tramite certi parametri interdisciplinari che ho dovuto sviluppare con la batteria; ma è principalmente la mia comprensione dell’estetica digitale che mi permette questo. È con l’imitazione delle idiosincrasie della musica elettronica che capisco la relazione fra digitale e analogico e sono artisticamente legato a questo. In una citazione di Miles Davis è racchiuso il mio modo punto di vista: “Il jazz non è un ritmo o uno stile. È lo spirito dell’improvvisazione, innovazione, comunicazione ed espressione del sé,  poiché comprende il tempo in cui viviamo”.

 

 

Intervista a Jojo Mayer, storico batterista dei Nerve, in occasione del concerto teramano

 

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