Intervista a Fabrizio Bosso, il talento italiano della tromba

Fresca, divertente e spontanea – così come il musicista ama definire la sua musica – è stata la conversazione con uno dei più grandi trombettisti in Italia e all’estero, Fabrizio Bosso.

In occasione del concerto del 4 giugno al Sayonara di Tortoreto, nonché seconda serata della rassegna “Let’s get lost”, ci ha concesso un’intervista dalla quale emerge una personalità poliedrica e aperta ai più disparati stimoli. Animato da una dote precoce nella tromba è stato premiato, a trent’anni, come “Miglior nuovo talento” del jazz italiano tramite la rivista Musica Jazz. Ha partecipato a varie edizioni di Sanremo con Nina Zilli e al fianco di artisti esordienti; ha inoltre suonato con le più grandi orchestre al mondo, dalla Eastman jazz orchestra alla London Symphony con la quale ha inciso il disco “Enchantment” (2011), un omaggio alle colonne sonore di Nino Rota. Da queste esperienze il suo bop e i suoi implacabili fraseggi non ne sono usciti minati, semmai arricchiti e impreziositi da una magia che deriva non tanto dal volume delle sue improvvisazioni quanto dalla qualità delle note suonate. Mercoledì 4 giugno si esibirà con un pianista con cui ama collaborare, Julian Mazzariello; ad arricchire la serata ci saranno Luca Alemanno al contrabbasso e Nicola Angelucci alla batteria, i musicisti del suo “New Quartet”. Cerchiamo ora di carpire il vigore che anima questo artista attraverso le sue ultime esperienze e il suo amore sconfinato per il jazz.

Ci parli della sua collaborazione con il pianista Julian Oliver Mazzariello con cui suonerà anche il 4 giugno al Sayonara.
La collaborazione con Julian è partita dagli High Five quintet un bel po’ di anni fa insieme a Daniele Scannapieco al sax e Lorenzo Tucci alla batteria. La collaborazione ha subito un arresto a causa della forte tendinite di Mazzariello che l’ha bloccato per due anni; in seguito ci siamo ritrovati e abbiamo ripreso a suonare insieme in un duo e poi abbiamo affrontato il tour con Nina Zilli fino ad arrivare al New Quartet dove dovevo assolutamente coinvolgerlo.

Che ci dice del suo ultimo concerto al Blue Note di Milano con il “New quartet”?
Il concerto al Blue Note, è andato benissimo, è stato sold out, un grande successo. Ieri, invece, abbiamo suonato proprio in duo al Jazz club di Torino. Attendiamo con ansia il prossimo appuntamento col quartetto proprio da voi a Tortoreto e siamo felicissimi e trepidanti. Proporremo brani prevalentemente originali miei, ma non mancano un paio di standard conosciuti che inserisco in ogni concerto; c’è sempre qualche classico che amo suonare che fa parte della mia formazione e penso sia importante riproporli.

Cosa mi dice del progetto “Zero Session” realizzato sempre in collaborazione con Mazzariello?
Il duo è nato con molta libertà, abbiamo pensato di proporre brani che ci divertiva suonare; ci sono un paio di brani miei, ma la maggior parte sono standard jazz e canzoni. Suoniamo anche “Taxi driver” preso dalla colonna sonora del film. È una cosa molto spontanea, poco progettuale se vogliamo, anche se adesso andremo in studio, a settembre, e stiamo pensando ad un album doppio che sarà composto per metà dai brani che suoniamo dal vivo da due anni a questa parte e per l’altra dal tributo agli autori importanti come Michel Legrand (compositore francese di colonne sonore cinematografiche ndr.). Per ora il duo rimane una cosa molto libera e spontanea.

Ci parli dell’esperienza con le grandi orchestre.
Suonare da solista con un’orchestra dietro è un’emozione molto forte; si crea un tappeto sonoro così intenso che ti permette di volare. Ovviamente l’esperienza con la London Symphony è stata incredibile perché è una delle tre orchestre più forti al mondo per cui trovarmi in studio con quel fiore di musicisti a disposizione con cui produrre questo disco è stato molto bello e quasi un privilegio.

Lei ama definirsi un musicista piuttosto che un jazzista e questa formazione, fuori da qualsivoglia etichetta, l’ha portata a collaborare con musicisti di vari generi. Ma di sicuro il jazz rappresenta qualcosa di più per lei…
Sono le mie radici, sicuramente. Io sono cresciuto con il jazz e la musica classica; la classica l’ho studiata, il jazz l’ho veramente assimilato fin da piccolino; a casa si ascoltava, oltre al cantautorato di qualità, tantissimo jazz, quindi è stato un percorso abbastanza naturale per me: ho iniziato a suonare nelle big band con il mio papà che suona la tromba e a nove dieci anni ho avuto la fortuna di fare le mie prime esperienze con queste grandi orchestre e ho mosso i primi passi per arrivare ad affermarmi come solista. Il genere è sempre stato presente nella mia vita e questo è importante.

Lei ha cominciato a suonare la tromba a soli cinque anni, cercando di imitare suo padre. Quando ha capito che era proprio il suo strumento?
L’ho capito presto, senza peccare di presunzione. Quando sono stato accompagnato a sette anni in conservatorio i miei mi hanno detto: “questa è una cosa seria, se lo vuoi fare ti devi impegnare” e io lì ho capito che ci credevo. Ci sono stati momenti di sconforto dove magari volevo anche abbandonare, ma alla fine ha sempre vinto l’amore per questo strumento e per la musica… per ora!

Cosa ha presentato in Giappone, qualche giorno fa, il suo trio “Spiritual” nella cui line up troviamo Alberto Marsico e Alessandro Minetto?
Questa è una formazione che mi sta dando grandi soddisfazioni! Abbiamo composto questo disco, “Purple”, per la Verve (Universal), è quindi un’uscita importante. Siamo stati solo quindici giorni fa a Tokyo a presentarlo e stiamo facendo tanti concerti e suona bene! è una cosa divertente, fresca e tutto questo al pubblico arriva; spero possa andare avanti per tanto tempo.
Non è un musicista inquadrato dai generi, c’è molta spontaneità nelle sue collaborazioni…
Ho bisogno di essere influenzato da altri generi musicali, di avere degli input da altri musicisti. Ho sempre collaborato tanto e penso che non riuscirei a stare un anno intero in tour con il mio gruppo; mi piacerebbe fare dei tour un po’ più lunghi con le mie formazioni, ma necessito di input esterni che mi ricaricano.

Riuscirebbe a definire, tra questa miriade di stimoli, la sua influenza più grande?
È difficile perché poi le influenze sono cambiate col passare degli anni. Anche a livello trombettistico il mio primo amore è stato Clifford Brown, ma poi sono arrivati tutti gli altri, è una cosa difficile in realtà da definire.

Intervista pubblicata sul quotidiano di Teramo "La Città".

Intervista pubblicata sul quotidiano di Teramo “La Città”.

© Benito Mascitti

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