Gioni presenta la Biennale delle meraviglie

Padiglione Germania - Ai Weiwei - Bang

Ai Wei Wei, Bang, Padiglione Germania

Non è mai facile fare il punto su un’esposizione internazionale variegata come la Biennale di Venezia, anche se quest’anno il compito ci è facilitato da Massimiliano Gioni, curatore italiano che ha intitolato la 55° edizione “Il palazzo enciclopedico”.

Echeggiando il nome del progetto utopico brevettato nel 1955 da Marino Auriti – che ha architettato un immenso museo che possa virtualmente contenere la summa del sapere umano – Gioni fa sfilare i suoi 150 artisti nell’intento di dar forma agli sforzi di catturare una cultura che nasca e si sviluppi nell’immaginazione. È l’esperienza che si fa idea e che diviene cosmologia personale o può approdare alle rive dell’immaginario collettivo, in ogni caso si tratta di sperimentare su un ordine tassonomico del mondo, cosa che risulta tanto più necessaria all’homo telematicus di oggi che percorre a grande velocità le autostrade dell’informazione e fluttua nell’osmosi costante di immagini ready made.
Cosa riusciamo a percepire della pletora di dati che scandiscono i nostri giorni? Come li ri-elaboriamo (sempre se siamo in grado di farlo) in una cultura e in un sapere che ci riguardino da vicino? Da questo interrogativo del tutto postmodernista si dipana una mostra che percorre trasversalmente il tempo: non solo artisti emergenti o di punta ma anche nomi più “vecchi” e consolidati e soprattutto anche molti outsider del sistema dell’arte che nel Padiglione Centrale ai Giardini si giustappongono secondo la warburghiana “legge del buon vicinato”: niente cronologia ma un’affinità elettiva che scaturisce da una progressione dal sapore surrealista che ha il suo inizio nel Libro rosso di Carl Gustav Jung, manoscritto finemente illustrato dallo psicologo che per sedici anni ha voluto dare un senso e una consistenza alle visioni religiose che lo tormentavano. Il percorso visionario continua con gli inquietanti disegni ad inchiostro di Guo Fengyi e Domenico Gnoli; conturbanti ossessioni si librano dalle pagine dei diari di Kafka raffigurate da Suárez Londoño, rivelazioni corporali e più spirituali sono emanate dai quadri dei due Leoni d’oro alla carriera: Maria Lassnig e Marisa Merz, due donne che testimoniano come la pittura non sia un’espressione obsoleta, ma possa sopravvivere in una scrittura autobiografica e allo stesso tempo universale.
All’interno dei Giardini la proposta più interessante è concepita da un gruppo di performer romeni che rimettono in scena storiche (e controverse) opere presentate negli anni precedenti servendosi esclusivamente del loro corpo; si tratta di una “retrospettiva immateriale” che riassume cento anni di storia in un giorno e tutto ciò per la durata dell’esposizione. Degno di menzione è il padiglione francese in cui Anri Sala gioca con il nome del compositore Ravel, con il suo significato e contrario traslitterati nel verbo inglese mantenendo una poeticità di base – che ben si confà alla nazione – nei tre video presentati. Troppo significanti, invece, le opere esposte da Jeremy Deller nel padiglione dell’altra grande potenza coloniale, la Gran Bretagna: se da una parte riescono chiaramente a dispiegare una critica caustica alla società inglese, dall’altra però rimangono opere ben poco simboliche che possono esaurirsi nella loro trasparenza. L’Olanda delizia il pubblico con una piccola retrospettiva di Mark Manders il quale espone sculture combinate in argilla e legno che, per sua stessa ammissione, alludono alla produzione avanguardistica anni Venti, a cavallo tra Dada e Bauhaus.  La passeggiata prosegue tra l’immancabile approccio naturalista dei paesi scandinavi e una trasposizione allegorica e del tutto contemporanea del mito di Danae proposto dal padiglione russo in cui una cascata di monete d’oro piove letteralmente sulle visitatrici.
Il padiglione Italia curato da Pietromarchi è la ciliegina sulla torta ben riuscita di Gioni; entrando nel locale la particolarità che affiora subito all’occhio è l’estrema differenza con il padiglione precedente che esponeva per la maggior parte quadri affastellati sulle pareti e senza respiro alcuno. Gli artisti scelti sono contati: 5 coppie interpretano binomi oppositivi (suono/silenzio, corpo/storia) che possano dare una panoramica dell’arte italiana più recente. Mancano i tre grandi nomi del jet set italiano (Cattelan, Beecroft, Vezzoli) ma la mostra non ne risente. Si è deciso di puntare non sui “nuovi” ma su una coerenza speculativa di fondo che allontana forse i visitatori in cerca dello spettacolare. Mirabili le fotografie del gruppo capitanato da Ghirri il quale indaga il nostro paese attraverso una prospettiva concettuale. Massimo Bartolini, Fabio Mauri, Gianfranco Baruchello e Giulio Paolini sono i maestri che portano avanti il nome della nostra arte la quale da sempre si segnala per una raffinatezza propria a chi è abituato al confronto costante con la tradizione classica. La performance di Mauri ribadisce che questo mezzo immediato punta dritto allo sguardo e al cuore dello spettatore; l’installazione di Baruchello e il percorso di Bartolini corredato da silenziose “parole-musiche” testimoniando di un’arte dai rimandi plurimi che vale la pena esperire con il dovuto rispetto e calma. In conclusione Gioni ha superato la prova; anche l’Arsenale si dipana in un percorso coerente e interessante e presenta la chicca della sezione curata da Cindy Sherman incentrata sul tema del corpo e delle sue perversioni. Tutto ci dà da pensare che, almeno in campo artistico, gli italiani hanno una marcia in più, basta solo rendersene conto.

 

Recensione della Biennale di Venezia del 2013 uscita sul quotidiano di Teramo "La Città".

Recensione della Biennale di Venezia del 2013 uscita sul quotidiano di Teramo “La Città”.

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